I serbi, il gesto delle 3 dita e i visti tolti: follie europee
Marco Gargini | 13 ott, 2010 | Commenti 0
GENOVA – Violenza, violenza, violenza. Sicuramente il gesto delle tre dita dei nazionalisti serbi prima e, per così dire, durante e dopo la partita di qualificazione a Euro 2012 tra Italia e Serbia non significa ‘triplice violenza’, ma ciò che ‘la bestia’, come è stato ribattezzato Ivan ‘il terribile’ Bogdanovic, e i suoi compagni/camerati hanno messo in atto ieri a Genova non è altro che violenza all’ennesima potenza. ‘V’ come violenza, ma anche come vergogna. Ciò che è successo ieri è una vergogna, così come vergognoso è il comportamento delle autorità serbe che non hanno segnalato la gravità degli ‘hooligans’ provenienti da Belgrado. In patria divisi tra ‘ultrà’ del Partizan e della Stella Rossa, teoricamente comunisti per i nomi delle proprie società del cuore, fuori dai confini nazionali uniti nella violenza sotto il simbolo delle tre dita.
Sull’interpretazione del gesto dei nazionalisti serbi se ne sono lette e sentite di cotte e di crude. Dal ’3-0 a tavolino’ dei cronisti Rai, al significato di vittoria (altra ‘V’), passando per la Grande Serbia (Dio, Patria e Zar o, semplicemente, Serbia, Montenegro e Bosnia). L’interpretazione ultima è quella più giusta, perché le tre dita pare che siano stato reintrodotte in Serbia da Željko Ražnatović, meglio noto come Tigre Arkan, proprio per inneggiare alla Grande Serbia. Ma sull’origine del gesto, non vi sono dubbi. Le tre dita ‘arkiane’ derivano da uno dei saluti nazisti e, quindi, non dalla simbologia cristiana della Chiesa ortodossa che usa il pollice, l’indice e il medio uniti per farsi il segno della croce per indicare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il ‘3’ è il saluto dei ‘reparti di difesa’ nazisti, ossia le Schutzstaffeln, meglio note semplicemente come SS. Le tre dita, infatti, indicavano i tre Reich della Germania e le SS si riservavano questo saluto tra di loro forse per convincersi di essere un apparato nell’apparato, uno Stato nello Stato.
Da tifosi, se così si possono definire, di squadre con radici comuniste a ‘ultrà’, anche qui se così si possono definire, nazionalsocialisti il passo è breve. Ma l’ignoranza regna sovrana, come lo stesso ‘duce’ Ivan Bogdanovic che, inneggiando al Kosovo serbo (uno striscione recitava ‘Kosovo is Serbia’) ha bruciato la bandiera dell’Albania. Insomma, è come se un francese dicesse che il Piemonte è Francia e bruciasse la bandiera del Belgio…
Un plauso va alle forze dell’ordine che, in estrema difficoltà per le omissioni (volontarie?) delle autorità serbe, hanno saputo reggere il confronto e fare in modo che si evitasse una strage. Resta da vedere chi pagherà tutti i danni ai cittadini di Genova, a quelli che si son visti incendiare la propria auto comprata col sudore e i sacrifici di una vita, a quelli che in un solo secondo si sono visti distruggere il proprio negozio, a quelli che si son visti arrivare i serbi nel proprio palazzo, a quei bambini che non metteranno più piede dentro uno stadio per lo shock. Chi pagherà? Di sicuro non il Governo serbo né la federazione calcistica slava, anche se la responsabilità oggettiva è loro. Ma un inizio potrebbe essere quello di reintrodurre i visti per accedere nella UE ai serbi.
Infatti, coi visti liberi, questi teppisti possono girare incontrastati per l’Europa. Britannia docet, visto che dopo i fatti dell’Heysel, agli hooligans era stato ritirato il passaporto. Ma senza visti sul passaporto è impossibile tenerli a sfogare la propria rabbia repressa, dovuta probabilmente all’aver vissuto da bambini una guerra fratricida, a casa loro.
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